Il mio intervento completo all’assemblea nazionale del Partito Democratico
Questa è l’assemblea nazionale che segna l’apertura del percorso verso le elezioni politiche del 2027. Come è normale nel corso di una legislatura, in questi anni abbiamo svolto azioni distinte, anche nell’asse temporale: prima una fase “destruens”, di opposizione più netta e radicale, affiancandola gradualmente alla definizione delle nostre proposte e alla costruzione di una alleanza di centrosinistra democratica e progressista, anche con le esperienze delle città e delle regioni – ricordo che abbiamo vinto bene dove governavamo, aprendo l’alleanza alla leadership dei nostri alleati, e abbiamo strappato alla destra due regioni come la mia Sardegna e l’Umbria.
Ora dobbiamo fare queste tre cose contemporaneamente:
1) esercitare i doveri dell’opposizione, all’altezza della più grande aggressione ai valori costitutivi della nostra società, libera, coesa, giusta, democratica, oggi promossadalla destra globale sta dando vita;
2) definire il nostro programma, con una grande Conferenza programmatica e promuovendo con la coalizione la costruzione del Progetto per l’Italia
3) fare queste cose continuando a costruire, sull’opposizione parlamentare e sociale e sulla proposta di governo, una coalizione capace di sfidare – e battere – questa destra estrema che governa l’Italia.
Dirò, per titoli, alcune cose su tre temi.
1. Il pericolo della destra globale e delle sue propaggini italiane
Abbiamo letto tutti, da ultimo, la Strategia di Sicurezza Nazionale del governo americano. Non so se tutti però, specie in Italia e in Europa, ci stiamo facendo sufficientemente i conti. Il dovere delle forze non solo democratiche ma autenticamente patriottiche è comprenderlo e agire, ai livelli nei quali è necessario farlo: conquistare la maggioranza nelle arene nazionali e promuovere una risposta dell’UE al livello del pericolo esistenziale al quale quella strategia espone la nostra società. Ce lo segnalano in tanti, tra questi, solo per citare gli editoriali di oggi, Romano Prodi e Sergio Fabbrini.
Il punto fondamentale è che, in quel disegno che ha al centro – per quanto ci riguarda – la distruzione dell’Unione Europea e un mondo diviso in sfere di influenza nel quale la difesa della sovranità nazionale vale per tutti tranne che per l’Ucraina, e dunque per l’Europa, gli alleati fondamentali per fare dell’UE un insieme di staterelli sovrani allineati al sovrano globale vengono individuate nella destra estrema che nei diversi paesi europei governa o concorre a governare. Tra quelle che governano, brillano l’Ungheria di Orban e l’Italia di Giorgia Meloni.
E’ questo il primo e essenziale punto al quale dobbiamo ancorare la responsabilità storica di questo governo e di chi lo guida: quella di disarticolare – con un sabotaggio e un rallentamento quotidiano delle sue capacità di superare questo terribile momento costruendo una vera autonomia strategica e una piena sovranità dell’UE sul profilo della sicurezza, dell’energia, della tecnologia, della finanza – la casa comune europea. Che rappresenta il più grande e duraturo esempio di diffusione dei valori della pace, del diritto, della giustizia, del benessere e della coesione sociale e territoriale. E che per difendere questi valori, e continuare a propagarli nel mondo, deve fare un deciso e immediato salto di qualità. Insomma, nei prossimi anni si deciderà se il mondo avrà, tra le sue grandi potenze – accanto a USA, Cina, e poi Russia e India – anche l’Europa. L’alternativa è che diventiamo tutti vassalli, in un sistema dominato da tecnologie realizzate e gestite da società private che teorizzano, in una parola, l’abolizione della democrazia e l’eguaglianza tra gli esseri umani, in un continente più povero e esposto all’ingiustizia e agli attacchi esterni, di cui quel che accade in Ucraina rischia di essere solo una prova generale, e che per questo merita una attenzione costante e un atteggiamento inflessibile. Per usare le parole magistrali del presidente Mattarella: l’Europa e l’Italia debbono restare “al fianco dell’Ucraina e del suo popolo, con l’obiettivo di una pace equa, giusta, duratura, rispettosa del diritto internazionale, dell’indipendenza, della sovranità, dell’integrità territoriale, della sicurezza ucraine”.
Giorgia Meloni non può – e sta alla nostra capacità disvelare questo equivoco – essere parte di questo disegno della destra globale a guida Trump e raccontarci qui in Italia che difende il nostro interesse nazionale, perché lei sta agendo contro l’interesse nazionale italiano. Come non può continuare a usare, nel complesso, la politica estera come una collezione di figurine: per stare all’attualità che senso ha invitare Abu Mazen a una festa di partito se poi l’Italia continua a opporsi al riconoscimento dello Stato di Palestina, che noi chiediamo da troppi mesi ormai?
Ovviamente questa cosa dobbiamo raccontarla e dimostrarla alla maggioranza degli italiani. Non basta evocare pericoli e demonizzare, occorre individuare con chiarezza la battaglia in corso e organizzare le forze che consentano di contrastare questo disegno e di contrapporre ad esso un progetto del tutto alternativo.
Il disegno della destra in Italia si sviluppa in due campi prioritari; il primo è quello istituzionale e costituzionale, il secondo quello economico e sociale).
Sul terreno istituzionale premierato, cosiddettaseparazione delle carriere, autonomia differenziata, disegnano un potere verticale dell’esecutivo, privo di controlli e contrappesi, con la compressione ulteriore del potere legislativo, la riduzione di quello giudiziario (questa è la riforma, ridurre l’autogoverno dei magistrati e in prospettiva ancorare il PM onnipotente al governo, perché onnipotente non può essere), l’annichilimento del ruolo del Presidente della Repubblica, ridotto a orpello più adatto alle cerimonie che a rappresentare – come prevedere la nostra costituzione e come fa magistralmente il presidente Mattarella – l’unità della Repubblica e il supremo garante dei valori costituzionali e delle nostre alleanze internazionali. Disegnano, infine, un’Italia sempre più divisa, dove anziché preoccuparci della perequazione prevista della Costituzione per le regioni più povere – che en passant sono quelle meridionali e insulari – si lasciano le mani libere alle più ricche per non contribuire alla coesione territoriale complessiva, con grave danno anche per loro.
È un disegno molto pericoloso, al quale la destra negli ultimi 30 anni non era mai arrivata, che stiamo contrastando – per quanto possibile – in Parlamento, e che dobbiamo contrastare con la maggiore forza possibile nel Paese. Per questo nessun tentennamento sul referendum sulla giustizia, nessun tatticismo: non sappiamo chi prevarrà, ma se non dedicheremo tutte le nostre energie a quella battaglia, avremmo certamente perso.
Sul terreno economico è evidente da un lato il tentativo del governo di condizionare, in modo scomposto e arrogante il corretto dispiegarsi del mercato in settori altamente sensibili, mi riferisco anzitutto a quello bancario e finanziario, e la totale distanza rispetto alla necessità di promuovere la difesa e la crescita del nostro sistema produttivo, oltre che una pervicace volontà di penalizzare chi ha la colpa di essere povero, o di vivere in regioni povere. Questa manovra ne è l’emblema: una manovra minima, fatta di mancette e di strizzate d’occhio agli evasori e ai costruttori abusivi, coi condoni e ora con la geniale idea di portare la soglia del contante a 10.000 euro, ma perché non 100.000 a questo punto? – nessun intervento sull’energia, nessuna politica industriale che affronti il nodo dell’arretramento dei settori produttivi trainanti (automotive), nulla sulla casa, ulteriori tagli alla povertà (dopo aver dimezzato i fondi contro la povertà da 8,8 a 4,4 MLD, un emendamento toglie ancora 100 milioni all’assegno di inclusione), il percorso verso una soglia che rende il SSN una chimera, con 6 milioni di italiani che già ora rinunciano alle cure. Di nuovo tagli all’istruzione e all’università e alla ricerca.
Crescita zero, pressione fiscale più alta, povertà (e lavoro povero) in aumento. Questo è il bilancio del governo di Giorgia Meloni, e anche qui dobbiamo spiegare, dimostrare, aggregare la maggioranza degli italiani attorno a questi dati oggettivi.
Un fallimento che fa paura alla destra. Un fallimento che ha ridotto la spinta propulsiva del partito della premier alle ultime regionali, penso alla Campania e al Veneto, e al quale hanno risposto con la politica che sanno fare loro: cambiare le regole del gioco. Cambiare la legge elettorale significa questo: non hanno paura per la stabilità del governo (che c’è e ci sarà) ma hanno paura di perdere. Per questo noi possiamo anche ragionare di una legge migliore, ma adesso dobbiamo pretendere di votare con questa. Vogliono cambiare le regole del gioco, e noi dobbiamo democraticamente impedirglielo. E se lo faranno – da soli, lo farebbero comunque da soli come hanno imposto da soli al parlamento premierato e magistratura – diciamogli chiaro che la profezia è chiara e ha precedenti inoppugnabili: come accaduto nel 2006 e nel 2018, chi cambia le regole del gioco per paura delle elezioni, poi le perde!
2. Il nostro compito: il progetto Italia 2027
Aprire, con una grande Conferenza programmatica che parli agli italiani di oggi dell’Italia di oggi e di domani, il cantiere per il governo dell’Italia dal 2027. Significa tracciare i confini di una coalizione che in un anno sappia passare dal Realismo (difendere il Paese e l’Europa da questa destra) al Progetto. Quando ci riferiamo all’ulivismo, diciamo questo: come nel 1996 e (con meno successo, ma con gli avversari non divisi) nel 2006 si deve trovare la massima convergenza possibile tra alleati attorno a un programma di governo ambizioso e realizzabile. Europa, crescita, diritti e coesione. Queste le parole d’ordine. Alla destra che vuole dividere gli italiani e chiuderci nei confini di un paese sempre più piccolo e arretrato, rispondiamo con un progetto di apertura e respiro, che unisca gli italiani, che riaccenda la speranza che molti italiani, molti territori e larghe fasce di società in difficoltà, hanno perso, che i giovani (istruiti e meno istruiti) che hanno ripreso a emigrare, da tutta Italia ma soprattutto dal Sud e dalla mia amata Sardegna.
3. Il Partito Democratico
Da oggi consideriamoci in campagna elettorale.
Referendum, Conferenza programmatica e cantiere Italia 2027, elezioni. Questo sarà il 2026.
Le nostre divisioni, i distinguo, sarebbero incomprensibili all’esterno. Vogliamo vivere l’anno elettorale con la segreteria che dice una cosa e il controcanto quotidiano, spesso enfatizzato e promosso dai (numerosi) media di destra per dimostrare che in fondo il Pd, oltre che diviso, non ha i requisiti, la credibilità per governare?
Sta a tutti evitare questo esito, naturalmente. Sta al modo in cui si assumono le decisioni negli organismi di partito e in cui le differenti posizioni vengono considerate e valorizzate.
Bene non parlare più di congressi fino alle elezioni, ma è necessario anche non evocare una divisione permanente. Dobbiamo, invece, lavorare con spirito e pratica realmente unitari.
Il PD in questi anni ha superato una dura sconfitta elettorale ma persino in quella sconfitta – dovuta principalmente all’impossibilità di presentarci con una alleanza competitiva, per responsabilità non nostre e con decisioni assunte tutti insieme – abbiamo costruito un percorso di apertura, prima con le Agorà poi con il percorso per il Nuovo PD, che si è aperto a nuovi ingressi e a graditissimi ritorni. In questo modo abbiamo trovato energia, argomenti, posizionamento politico e sociale che ci fa essere forti, pilastro ineludibile della coalizione democratica e progressista.
Se guardiamo alla condizione di molti partiti socialisti, democratici e progressisti in Europa, possiamo constatare che non era una cosa scontata.
Abbiamo adottato, con questa segreteria, un punto di vista sulla società che parte dalle persone, dai più deboli, dai diritti (a curarsi, a essere liberi, a vivere e lavorare dignitosamente). È una visione contemporanea, necessaria al mondo d’oggi, che non può essere letto con le lenti di 30 anni fa, e nemmeno di 10 o di 5 anni fa.
È una visione che dobbiamo interpretare tutti, portandola al governo con i compromessi necessari e con la capacità di guidare il Paese che è nel nostro DNA. Rassicurando gli italiani, anche quelli non schierati, che è necessario un cambiamento, facendolo diventare senso comune, e cercando di rappresentare anche loro, la pluralità della nostra società, altro carattere fondante del nostro DNA. Scrolliamoci di dosso etichette di parte, perché, come dobbiamo tutti essere interpreti di un’agenda progressista, sappiamo che il modo di realizzarla richiede di evitare massimalismi ma adottare un approccio riformista, perché il PD è un partito progressista nei valori e riformista nel metodo. Un approccio che parte dalle alleanze possibili e dalle riforme possibili, che nell’Italia e nell’Europa di oggi sono anche necessarie.