Intervista su Avvenire. L’Ulivo trent’anni dopo il 1996: ancora un’idea per il futuro.

Intervista su Avvenire. L’Ulivo trent’anni dopo il 1996: ancora un’idea per il futuro.

Dopo trent’anni, l’Ulivo e il suo impatto sul sistema politico italiano interrogano ancora la politica, specie nel centrosinistra. Non per indulgere in nostalgie, ma perché un’analisi chiara ci aiuta per il futuro. L’Ulivo, dobbiamo dircelo, nasce anzitutto come risposta alla vittoria di Silvio Berlusconi che nel 1994 portò al governo – oltre ai noti conflitti di interesse – la destra post-fascista e leghista. Ma nasce anche come proposta: l’intuizione di Beniamino Andreatta, Romano Prodi e molti altri, e la lungimiranza dei partiti del centro e della sinistra democratici, costruirono un progetto di governo. Il Pds e il Ppi, che nel 1994 non avevano saputo interpretare il sistema maggioritario, si attrezzarono. La vittoria del 21 aprile 1996 fu il punto di arrivo: un legame profondo con il Paese, un programma chiaro, una campagna elettorale entusiasmante. La “Canzone popolare” di Ivano Fossati ci ricorda quella bella primavera. L’Ulivo diede vita al miglior governo della storia repubblicana, che guidò l’Italia verso scelte decisive, come l’ingresso per nulla scontato nell’Euro. Eppure, in quel successo erano già presenti fragilità. L’Ulivo e i partiti rimasero spesso distinti e distanti (il ritiro al castello toscano di Gargonza, la Bicamerale). Il necessario accordo con Rifondazione comunista rese la maggioranza instabile. Non va dimenticato che la vittoria del ’96 fu dovuta anche alla rottura tra il Polo e una Lega che sfiorò l’11%. Dopo la caduta del Prodi I e la pesante sconfitta del 2001 si aprì una nuova fase, con due obiettivi: costruire l’Ulivo come soggetto politico e tenere insieme una coalizione sempre più ampia. Ma il primo fu realizzato con la nascita del Pd, mentre il secondo si rivelava impraticabile. Ne seguì, nel 2008, un bel risultato del nuovo partito, ma entro una sconfitta ancora più netta. Era cambiata la legge elettorale (con lo sciagurato Porcellum) e di nuovo il centrosinistra non la seppe interpretare: il Pd nasceva con una vocazione maggioritaria e una prospettiva bipartitica già tramontata.

Non è questa la sede per una cronistoria o un bilancio della stagione dell’Ulivo realizzato, ovvero il Partito democratico. Guardiamo al futuro: Ulivo e Pd nascono per portare la maggioranza del Paese su un progetto di cambiamento. Come arrivarci oggi nel 2027? Tre punti fermi. Primo, i tempi sono cambiati: il riformismo in quanto tale non è sufficiente, se non si assume che abbiamo assecondato con troppa timidezza gli effetti sociali della globalizzazione e l’aumento delle disuguaglianze, col conseguente successo di una destra sovranista e autoritaria che porta il mondo a conflitti catastrofici. Il riformismo è un metodo, è necessaria una visione progressista più radicale. Secondo, il sistema politico italiano è fatto di forze politiche che si alleano per governare. Siamo – e vogliamo rimanere – una repubblica parlamentare, in cui la forza degli esecutivi è fin troppa, mentre la democrazia parlamentare è troppo debole. Terzo, il compito del Pd è ricostruire uno schieramento progressista vincente e la legge elettorale lo obbliga a giocare “a specchio” rispetto alla destra. Sta a noi avere unità di intenti e di programma. Certo, imputare al Pd di non essere maggioranza assoluta, o sostenere che questa alleanza, essendo tra diversi, non è sufficientemente coesa – anzi “è contro” – è un esercizio retorico sterile. Lo scenario internazionale (multilateralismo, diritto internazionale, pace), europeo (unione su difesa, finanza, energia, tlc, impresa) e interno (salario minimo, scuola e sanità pubbliche, riequilibrio generazionale, di genere e territoriale; il contrario di quel che ha fatto Giorgia Meloni) disegnano un’agenda chiara, non solo nazionale. Il Pd di Elly Schlein e la coalizione la stanno già costruendo con pazienza e tenacia. Essere ulivisti oggi significa avere la stessa vocazione di 30 anni fa, ma saperla interpretare in questi tempi nuovi, e così duri. Connetterci alle energie nuove della società, come avvenuto col referendum. Guardare al futuro. Gli errori sono stati pari ai successi, ma oggi i progressisti possono contare su un partito attorno al quale costruire un’alleanza che, se fondata su un progetto chiaro e una visione realistica delle condizioni del Paese, può vincere e governare. È la sfida di quell’eredità.