Verso un governo di cambiamento e progresso. Il contributo del Partito Democratico.
Intervento alla Direzione nazionale, 13 aprile 2026
Quel che è accaduto negli ultimi mesi disegna una traiettoria che – pur nella situazione difficile dell’Italia e del mondo intero – è certamente interessante. Una traiettoria sulla quale dobbiamo insistere.
1) Il referendum, una grande vittoria in difesa dell’equilibrio tra i poteri e della Costituzione, ha segnato una riattivazione fondamentale delle connessioni con il Paese. Certo, i 15 milioni di elettori che hanno votato No non sono tutti “nostri voti”, ma si è realizzato un “idem sentire” che rappresenta una base essenziale della nostra azione futura. Tutto il partito, a partire dalla segretaria, ha lavorato incessantemente e coraggiosamente per ribaltare un risultato che appena a pochi mesi dalle urne vedeva l’affermazione del Si come ampiamente probabile, di oltre 20 punti in vantaggio secondo i sondaggi.
E soprattutto, il referendum ha messo la destra all’angolo. Vittima della propria arroganza, la destra di Giorgia Meloni ha interpretato il garantismo come impunità, perdendo il suo tradizionale connotato legalitario, complici anche numerosi e inquietanti fatti di cronaca che emergono con sempre maggiore intensità, di cui dirò meglio tra poco. In termini più ampi, è stato fermato il disegno autoritario della destra, che avrebbe avuto nel premierato la successiva, e naturale, conseguenza. Ora invece, al limite, è rimasto in campo il tentativo di cambiare la legge elettorale, ma più come tentativo di cambiare le regole del gioco a proprio beneficio che come disegno istituzionale.
2) La crisi economica, sempre più evidente. Il risultato di quattro anni di governo di Giorgia Meloni è la recessione. L’Italia è fanalino di coda tra i Paesi OCSE quanto a crescita economica, e senza il PNRR (che loro hanno avversato, perché non credono negli interventi a regia europea né, in generale, nell’integrazione europea) saremmo già ampiamente in recessione. Il PNRR sarebbe dovuto essere uno strumento di crescita ed equità; nelle loro mani è diventato un’occasione sprecata, che le diseguaglianze le ha aumentate. Parlo di una cosa che riguarda anche la mia regione, la Sardegna: questo governo non pratica alcuna politica per il Mezzogiorno e le Isole. È il governo dell’autonomia differenziata senza risorse, del resto: la cristallizzazione dei divari territoriali che sottrae allo Stato le risorse per ogni futura ipotesi di intervento perequativo. E pochi giorni fa, con l’annuncio della volontà di realizzare la ZES unica su tutto il territorio nazionale, Giorgia Meloni ha messo la pietra tombale sulle politiche di riequilibrio territoriale, un’idea nefasta per la quale non c’è miglior commento che le parole di Don Milani: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali“.
3) La crisi internazionale. Il trumpismo in pochi mesi sta conducendo il mondo a conflitti permanenti, diffusi, privi di senso e logica – nonché di giustificazione legale o morale. In pochi mesi, l’amministrazione di Donald Trump ha condotto le opinioni pubbliche dei Paesi storicamente alleati a considerare di gran lunga la Cina più affidabile rispetto agli USA di Trump, come ha rivelato poche settimane fa un sondaggio di Politico. La vicinanza di Giorgia Meloni al presidente USA l’ha condotta, solo negli ultimi mesi, a candidarlo al Premio Nobel per la Pace, dopo essere stata l’unica leader europea a partecipare all’Inauguration Day; a portare il nostro Paese a partecipare – cosa del tutto incompatibile con la nostra Costituzione – al sedicente Board of Peace, un organismo di proprietà di Donald Trump che con la pace nulla ha a che fare; infine, ad affermare di “non condividere né condannare” un conflitto attivato in violazione assoluta del diritto internazionale, nel corso del quale Trump ha manifestato senza tentennamenti il proposito di compiere crimini contro l’umanità (“distruggere un’intera civiltà” significa precisamente questo). Questa stessa vicinanza la spinge oggi a criticare le inconcepibili e disgustose accuse rivolte direttamente dal presidente USA a Papa Leone XIV – colpevole, a suo avviso, di diffondere il Vangelo, condannare la guerra, cercare la pace – dopo una intera giornata di ambiguo silenzio: certo, un piccolo miglioramento, come tempi di reazione, rispetto ai quasi tre giorni che le furono necessari per dissociarsi dall’irrisione trumpiana nei confronti dei nostri militari caduti in Afghanistan, per un’altra guerra americana. Ma quel che non può essere migliorato, purtroppo per lei e per l’Italia, è un posizionamento strategico che la affianca al destino di un personaggio che sta destabilizzando, come mai era accaduto nel passato recente, le relazioni internazionali e la pacifica convivenza tra le Nazioni. Giorgia Meloni è stata, insieme a Orban, l’emblema europeo dell’internazionale sovranista che sta mettendo a rischio come non accadeva da quasi un secolo il futuro dell’umanità. Giorgia Meloni ha tenuto, nei rapporti con Europa e Stati Uniti, una grande ambiguità, illudendosi di poter fare da ponte tra due alleati che, per volontà degli Stati Uniti d’America, al momento sono condotti ad avere interessi divergenti, come dimostra il sostegno esplicito dell’amministrazione americana alle destre estreme europee – pensiamo al comiziaccio di Vance a sostegno di Orban – che intendono distruggere le prospettive di unità europea. Ma ora questa è una posizione insostenibile. Siamo al punto in cui schierarsi è inevitabile, come le ha ricordato l’Economist di questa settimana nell’editoriale dedicato alla politica europea.
Quale è il nostro compito in questo scenario?
Noi siamo chiamati, su ciascuno di questi terreni, a ricostruire quanto è stato distrutto, con determinazione e fermezza. Per arrivare a farlo dobbiamo operare per tenere la destra nell’angolo nel quale si è cacciata. Riprendiamo, dunque, questi tre terreni fondamentali.
Sulla politica europea: dobbiamo rilanciare l’unità dell’Europa. Integrazione politica, difesa comune, superamento del diritto di veto, integrazione del mercato interno nei settori finanziario, delle telecomunicazioni, dell’energia, delle politiche industriali, della conoscenza.
Sulla politica internazionale: diritto, multilateralismo e pace devono essere il nostro faro, da contrapporre alle destre che praticano il sopruso e conducono alla guerra permanente.
Sulla politica economica: dobbiamo continuare a denunciare quattro anni di stallo e decrescita, e riattivare crescita ed equità. Interventi per sostenere Mezzogiorno e Isole che perdono talenti e imprese, politiche industriali e produttività, riduzione del costo energia con una vera rivoluzione e il passaggio rapido e definitivo alle rinnovabili (che questo governo ha rallentato in ogni modo) da un lato; interventi per l’istruzione pubblica, la sanità pubblica, la casa, il salario minimo (e il salario giusto), dall’altro. Rendere il Paese dinamico, rendere la vita sostenibile per le fasce di popolazione sempre più larghe ormai ai confini, o completamente al di sotto, della soglia di povertà: questi i nostri obiettivi prioritari.
Sul versante della politica istituzionale, della legalità e della sicurezza, dobbiamo anzitutto continuare a denunciare lo scandalo di una destra che si indigna per le critiche rivolte ai suoi melmosi e oscuri legami con la criminalità organizzata, ma non porta nessuna spiegazione nel merito. Giorgia Meloni ci assicura che il suo impegno politico trae origine dai tragici attentati del 1992, con le stradi di Capaci e via D’Amelio a Palermo, ma dopo aver oltraggiato la memoria di Falcone e Borsellino con il proposito di confinare la magistratura sotto il controllo della politica, fortunatamente travolto dalla volontà popolare il 22/23 marzo, non risponde sulle frequentazioni di altissimi dirigenti di Fratelli d’Italia con persone condannate anche in via definitiva per reati connessi, appunto, alla criminalità organizzata, a Roma, come in Piemonte e in Lombardia. È uno scandalo che fa di FdI il partito dell’illegalità e segna un irrimediabile passaggio di campo della destra, una volta ancorata – era forse il suo unico tratto condivisibile – a una antica concezione della legalità. Continuiamo a incalzarli su questo terreno, anche perché le loro reazioni – a me è capitato di essere aggredito verbalmente e minacciato nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per il solo fatto di aver osato chiedere al sottosegretario Molteni, che rappresentava il Governo nella discussione sul DL Sicurezza, se fosse realmente in stretti rapporti con il boss legato al Clan Senese Gioacchino Amico, come si registra negli atti dell’indagine “Hydra” sulle infiltrazioni mafiose nel Nord Italia – ci descrivono un nervosismo fuori controllo. Per tacere di scandali e scandaletti che a prima vista potrebbero apparire quali gossip da lenzuola, ma invece riguardano una commistione tra affari privati e incarichi pubblici che, ove provata, merita severissime sanzioni, sul piano sia politico che legale.
Sulla sicurezza, continuiamo a lavorare con nostri amministratori per denunciare l’inconsistenza di un governo che peggiora le condizioni di sicurezza delle nostre città e dei nostri territori, e utilizza questa insicurezza per generare norme repressive. Lo fa dall’inizio della legislatura: l’obiettivo è reprimere qualsiasi forma di critica e dissenso e di limitare le libertà costituzionali. La sicurezza la si ottiene dotando le forze dell’ordine di strumenti adeguati, di personale adeguato e agendo sui fattori di disagio sociale. Non hanno fatto nulla, se non generare un’inflazione di norme e diffondere un clima culturale repressivo: noi, diciamolo chiaramente, faremo l’opposto. Sicurezza,diritti, coesione e welfare.
Sulla politica istituzionale e costituzionale, anzitutto dobbiamo assumere un impegno solenne: nessuna riforma costituzionale, nessun cambiamento della forma di governo o della legge elettorale sarà approvata senza un ampio consenso parlamentare. Anche il centrosinistra lo ha fatto in passato – personalmente non votai nessuna delle leggi elettorali nella legislatura 2013-18 anche per questa ragione – e non commetteremo più questo errore.
Questo approccio deve condurci anche a contestare e contrastare in ogni modo possibile il tentativo della destra di cambiare le regole del gioco a pochi mesi dal voto. Non hanno altro obiettivo che limitare la loro sconfitta, di cucirsi addosso una legge su misura. Ma, a parte che gli obiettivi e le convenienze delle diverse forze della maggioranza divergono tra loro, cambiare unilateralmente le regole del gioco a pochi mesi dal voto è sbagliato, è scorretto, è sleale. E le italiane e gli italiani punirebbero chi dovesse arrivare a farlo. Per questo il nostro deve essere un No assoluto, senza riserve. Del resto, a chi favoleggia che sia necessario approvare una legge che dia stabilità, basta indicare questa legislatura, con una maggioranza nettissima e un governo tanto onnipotente quanto inutile.
Se non siamo disposti in alcun modo a cambiare la legge elettorale, non si comprende perché dobbiamo discutere di un tema che, a legislazione vigente, è inesistente: le primarie. Una discussione del tutto inutile e dannosa, alimentata dall’interno da chi promuove l’ultimo tentativo di disarcionare la guida legittima del Partito Democratico, e dall’esterno da chi cerca qualche scorciatoia per la guida di una coalizione che è normale sia affidata a chi guida il partito più grande. Dunque, la nostra proposta dovrebbe essere questa: costruiamo una alleanza, competiamo in modo virtuoso e chi prende più voti guiderà la coalizione.
Ogni ulteriore discussione ci allontana dalla necessità di aprire, come partito e come coalizione progressista, il cantiere per il programma. Andare in giro per l’Italia, per l’Italia che produce e per quella che soffre, continuando e approfondendo le mobilitazioni e le consultazioni dei mesi scorsi, per costruire insieme la proposta di un governo di cambiamento.
Ed è qui la chiave delle discussioni di queste settimane, secondo me. Noi dobbiamo assumere un punto essenziale, che parte delle classi dirigenti italiane, anche di centrosinistra, fanno fatica ad accettare: il tempo dei tecnici è finito, il tempo della delega della politica agli “esperti” è finito. Sul centrosinistra, e in particolare sul PD, pesa ancora una scelta – quella di sostenere, peraltro non da soli, i governi Ciampi, Monti, Draghi – che è stata responsabile e positiva per il Paese, ma che ci ha fatto apparire come interessati a governare senza passare per le elezioni, senza vincerle. Il punto è che neppure governavamo; non abbiamo preso i meriti, ma abbiamo avuto addosso tutte le responsabilità per la durezza, talvolta inevitabile ma spesso derivante da spocchia, distacco dalla realtà e limitata capacità politica, dei provvedimenti assunti.
Per superare questo iato tra politica e governo occorre lavorare per una offerta politica, sui contenuti e sulle persone, che individui, premi e valorizzi la competenza, nel governo centralecome certamente facciamo meglio di tutti nel governo territoriale. È questa la nostra sfida, ed è una sfida che per chi lo ha visto nascere, ha lavorato per farlo nascere, rappresenta l’affermazione della funzione storica del Partito Democratico.
Cosa intendo dire? Intendo dire che il PD nasce per superare la condizione che nel 1996, e anche nel 2006, ci ha impedito di connettere politica, buon governo e democrazia. La ricerca di un leader esterno al sistema dei partiti nel primo caso, la necessità di una coalizione larga e ingovernabile nel secondo, dimostrarono che era necessario mettere insieme tutte le energie del centrosinistra per dar vita a un partito che mettesse insieme le migliori tradizioni costituzionali di centrosinistra e diventare un soggetto capace di portarle al governo. Da allora molte cose naturalmente sono cambiate, i confini del PD, i soggetti politici e quindi le alleanze, ma non abbiamo mai avuto l’opportunità di portare al governo il PD nel suo complesso, col suo tratto che mette insiemeradicalità del progetto, riformismo di azione e apertura alle diverse culture politiche. Cosa che può avvenire solo con una chiara e limpida investitura elettorale, di un partito e di una coalizione. È questo che dobbiamo affermare, è questo che improbabili ortopedici e anziani alchimisti vorrebbero impedire, creando centri, centrini e nuovi freni che sono rivolti solamente a sottrarre al PD – e in particolare a chi lo guida – la possibilità di realizzare un vero governo per il cambiamento. Per questo, è il mio invito, manteniamo largo, aperto, moderno e innovatore il PD, e certo non lavoriamo per esternalizzare la rappresentanza dell’anima riformista di centrosinistra che deve trovare spazio nel nostro partito. Se poi ci sarà una offerta politica moderata, repubblicana e “costituzionale” che vorrà allearsi con noi – e prevediamo, auspichiamo, che ci sarà – realizzeremo una alleanza. Ma non dobbiamo certo lavorare per realizzare in provetta, col nostro contributo e la nostra complicità, soggettività politiche che devono nascere sul campo, né consentiamo che i dirigenti del PD lavorino in modo ambiguo per indebolire la nostra prospettiva rivolta a realizzare, e guidare, un governo autorevole e forte per una legislatura di cambiamento.
Perché, questo è il punto, gli ultimi trent’anni hanno disegnato un Paese sempre più arretrato e diseguale. Certo, lo abbiamo ancorato all’Euro e all’Europa, e abbiamo fatto bene. Ma lapercezione delle insopportabili disuguaglianze e della insostenibilità di una prolungata crescita asfittica e insufficiente richiedono una lettura critica di questi decenni e di conseguenza la volontà di operare per cambiamento radicale – nella direzione di crescita, giustizia sociale, diritti, in una parola progresso – che solo una forte legittimazione politica e una direzione di marcia priva di ambiguità possono progettare e praticare. È finalmente un obiettivo possibile. Sarebbe, appunto, la realizzazione della missione per cui il Partito Democratico è nato, e anche del modo in cui ha saputo rinnovarsi e allargarsi, anche dopo le elezioni politiche del 2022.