All’università italiana serve una riforma vera

Atenei più autonomi e finanziamenti adeguati, ma collegati alla severa valutazione delle attività didattiche e di ricerca. Porte aperte a una generazione di ricercatori e di studenti che rischiano di dover abbandonare la ricerca e, spesso, il Paese. Obiettivo: portare l’Italia sui livelli degli Stati europei più avanzati per numero di laureati e di ricercatori. Ripristinando un livello di finanziamenti pubblici che nei prossimi 10 anni ci riporti quantomeno vicino alla media dei paesi europei. L’università deve costituire lo strumento principale della mobilità sociale: un fattore di equità e di giustizia, oltre che di efficienza e competitività del Paese.

Questi gli orientamenti di fondo della prima serie di emendamenti al ddl Gelmini presentati ieri dal Partito Democratico alla Commissione Istruzione del Senato. «È l’avvio di un percorso che intendiamo rafforzare, dialogando con quanti vivono concretamente l’università, con i giovani, gli studenti, i ricercatori che meritano più spazio e opportunità. Dando respiro al confronto pubblico, perché il futuro dell’università è una priorità del Paese e la sua riforma deve uscire dall’oscurità di un dibattito tra addetti ai lavori, per coinvolgere i soggetti politici, culturali e sociali». Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca nella segreteria nazionale del PD, commenta il passaggio parlamentare di ieri richiamando l’attenzione sulle prossime tappe: «Grazie anche alla costante collaborazione coi nostri deputati e senatori e al lavoro di chi ha seguito questo settore negli anni passati, queste prime proposte delineano già i tratti di una proposta chiara per l’università, che porteremo al dibattito a Palazzo Madama e alla Camera. Con l’intento di introdurre innovazioni profonde e coraggiose. Da aprile, poi, discuteremo di queste idee proprio dentro le comunità di studenti, ricercatori, docenti, in un tour che toccherà molte delle principali università italiane e che coinvolgerà le comunità dei ricercatori italiani all’estero. Serve un patto: più ricercatori, più studenti e più laureati. E più risorse. In cambio qualità, responsabilità, valutazione severa, uscita dall’autoreferenzialità. Così l’università potrà invertire il declino dell’Italia e rimettere in movimento le sue energie migliori».

«Le nostre proposte mirano a semplificare le norme, a rendere la legge immediatamente applicabile, a dare maggiore libertà di organizzazione, e quindi una forte responsabilizzazione, agli atenei, a disegnare un sistema di governo con una chiara ripartizione dei ruoli di indirizzo e gestione tra gli organi accademici. Il Forum Università e Ricerca del PD – aggiunge Maria Chiara Carrozza, che lo presiede – approfondirà nelle prossime settimane i temi dei meccanismi di finanziamento e valutazione della ricerca, della forma di contratto per i ricercatori, del diritto allo studio e del finanziamento degli atenei. L’intento è quello di partecipare all’iter del ddl da protagonisti, incalzando il governo e la maggioranza sul merito dei provvedimenti, al di là delle promesse e degli spot di facile presa elettorale».

«Attendiamo il governo e la maggioranza al confronto in Commissione sul merito delle nostre proposte – conclude il senatore Antonio Rusconi, capogruppo PD in Commissione Istruzione. Questo è un provvedimento troppo serio perché sia affrontato con sufficienza o con la superficialità che finora ha riservato al Parlamento il Ministro Gelmini».


 

Queste le principali proposte contenute negli emendamenti del PD al Senato

Sostegno agli studenti. Proponiamo di sostituire la norma del DDL Gelmini, che affida a una SPA del Ministero del Tesoro la gestione del Fondo per il merito, senza dotarlo di alcuna risorsa certa, con quanto prevede il DDL presentato nel 2009 dal PD: 100 milioni all’anno destinate a Borse nazionali di merito per il diritto allo studio, così da assicurare almeno 10.000 borse di studio da 10.000 euro ciascuna di sostegno agli studenti meno abbienti e meritevoli. Una prima base di supporto certo e costante ogni anno, che accompagni i talenti dai primi anni dei corsi triennali al compimento del dottorato, prevedendo che tali aiuti economici siano compatibili con borse per il sostegno di esperienze di studio o di ricerca all’estero.

Ricercatori, reclutamento, ricambio generazionale. Proponiamo interventi significativi sui ricercatori, sul reclutamento, sulle garanzie. L’obiettivo è dare ai giovani regole chiare, ampi spazi di crescita, percorsi aperti, competitivi, equi. Nello specifico gli interventi riguardano da un lato l’immediato e il periodo transitorio, e dall’altro il funzionamento a regime del nuovo sistema.

Nell’immediato gli interventi sono finalizzati a dare serie prospettive agli attuali ricercatori, percorsi certi per i futuri ricercatori, garanzie e stabilità per chi, nelle forme più varie, presta il proprio impegno per svolgere attività di ricerca – e spesso didattiche – nelle università italiane.

Nel periodo transitorio si prevede che per i prossimi otto anni la quota di posti complessivi sia integrata con ulteriori posti di professore di seconda fascia, cofinanziati con 100 milioni di euro all’anno, da destinare esclusivamente a ricercatori a tempo indeterminato o determinato in servizio presso l’ateneo e in possesso dell’abilitazione nazionale prevista dalla legge.

Prevediamo che tutte le attività di ricerca che si compiono nelle università si realizzino con un contratto unico di ricerca a tempo determinato, al quale sono collegate tutele assistenziali e previdenziali e un trattamento economico definito con la contrattazione collettiva. Tali contratti di ricerca si applicano sia ai “ricercatori in formazione” (per un periodo massimo di tre anni), sia a “ricercatori in percorso di ruolo” (tenure track), per i quali, a differenza del DDL Gelmini, prevediamo un percorso chiaro: già alla firma del contratto le università devono aver provveduto alla programmazione delle risorse necessarie per la loro immissione in ruolo, nel caso di valutazione positiva delle loro attività. In tal modo la possibilità di chiamata in ruolo diviene reale. La stessa procedura di chiamata diretta, sempre in seguito all’abilitazione, diviene applicabile ai ricercatori a tempo indeterminato e determinato (ex L. 230/2005).

Proponiamo poi un intervento che favorisca un forte ricambio generazionale nelle università, attraverso la previsione della cessazione dai ruoli e dagli incarichi dei docenti in ruolo che abbiano superato i 65 anni di età (con la possibilità di permanenza in servizio fino al raggiungimento dei 40 anni di anzianità contributiva), ai quali gli atenei possono affidare attività didattiche e di ricerca con contratti di ricerca.

In sintesi, una serie di prime disposizioni che favoriscano l’accelerazione della carriera dei ricercatori meritevoli e regole certe per i futuri ricercatori, e che ne incentivino la mobilità. Previsioni che si accompagneranno, nelle prossime settimane, alla elaborazione di una proposta organica di revisione delle fasce di docenza in ruolo.

Unitamente a queste misure, diversi emendamenti trattano il tema dei soggetti attualmente impegnati, con varie tipologie di rapporti di lavoro, in attività di ricerca, e i meccanismi di valorizzazione dell’attività dei ricercatori a tempo determinato che non dovessero entrare nei ruoli delle università. Dunque, ancora, regole chiare per lo svolgimento dell’attività dei ricercatori in formazione, e riconoscimento di tale attività ai fini dell’immissione nella pubblica amministrazione e nell’insegnamento secondario.

Infine, si prevedono misure di welfare, quali l’estensione degli ammortizzatori sociali e dei trattamenti di disoccupazione estesi ai ricercatori “precari”, oltre al riconoscimento del diritto a usufruire di servizi di outplacement.

Si promuove poi la funzione del dottorato di ricerca, che a partire dal 2016 sarà necessario per accedere ai contratti di ricerca, e che fin d’ora viene sostenuto attraverso incentivazioni di natura contributiva per l’assunzione a tempo indeterminato, oltre che col riconoscimento in termini di punteggio nei concorsi pubblici per l’accesso alla dirigenza delle Pubbliche amministrazioni.

Valutazione e stato giuridico dei docenti. Il DDL Gelmini è una legge-matrioska, con numerosissime deleghe, rinvii a regolamenti ministeriali, possibilità di successive modifiche al contenuto delle norme delegate al Governo. Gli emendamenti del PD mirano a ridurre al minimo indispensabile questi rinvii, a semplificare e rendere immediatamente applicabile la legge. Dunque, le norme sullo stato giuridico dei docenti e sui criteri della valutazione devono essere inserite in legge, così come quelle sulla valutazione: proponiamo che in base ad essa siano ripartite quote crescenti, fino al 20%, del Fondo di finanziamento ordinario (FFO) delle università, e riteniamo decisivo che l’ANVUR possa mettersi da subito al lavoro, per far funzionare una valutazione terza, effettiva e severa.

LEP, diritto allo studio, finanziamento. È giusto affidare alla delega alcune questioni che richiedono un approfondimento tecnico, come la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), pur considerando la necessità di coordinare l’elaborazione su tutta la materia del diritto allo studio con le Regioni, per la competenza loro attribuita in materia, e di inquadrarla nell’ambito di una revisione del meccanismo di riparto del FFO alle università. Tema che approfondiremo nelle prossime settimane, con l’obiettivo di introdurre in legge criteri di chiarezza, trasparenza ed efficacia del FFO, ancorandone il riparto alla valutazione della didattica e della ricerca, al numero degli studenti, al principio della coesione territoriale del Paese, e di incentivare la libertà degli studenti di muoversi verso gli atenei che offrano loro migliori opportunità, oltre che la regolarità dei loro studi. È nell’interesse dei nostri giovani poter ampliare le loro scelte essendo correttamente informati e orientati, è interesse loro e del Paese avere un numero maggiore di laureati e una maggiore regolarità dei loro percorsi formativi.

Sistema di governo delle università. Prevediamo una semplificazione delle norme e maggiore libertà di organizzazione degli atenei, sottraendoli a un sostanziale commissariamento governativo dalla dubbia legittimità costituzionale; una più chiara ripartizione dei ruoli di indirizzo e gestione tra senato e consiglio di amministrazione, aprendo quest’ultimo alla presenza di qualificate presenze esterne, individuate secondo criteri certi; regole chiare anche per l’adozione di accordi di programma tra Ministero e atenei.

Risorse. Un disegno di rilancio dell’alta formazione e della ricerca richiede investimenti, non tagli. Finora la scure di Tremonti ha tagliato di oltre un miliardo di euro (il 15% in pochi anni) il FFO, ed è noto che, oltre ad avere enormi difficoltà anche ora, dal prossimo anno gli atenei italiani non saranno in grado di assicurare neppure le funzioni minime. Senza risorse persino l’attuale proposta Gelmini è inattuabile, e per questo sosteniamo che in realtà sia priva di copertura finanziaria. Ma a un governo che toglie al futuro per dare alle rendite (intento chiaro fin dalle prime mosse: oltre 3 miliardi di euro per abolire l’ICI alla fascia più ricca della popolazione e per il “salvataggio” Alitalia), noi chiediamo di più. Se vogliamo competere quantomeno coi paesi europei più forti – con la Francia, ad esempio, che nei prossimi anni investirà 19 miliardi di euro in università e ricerca – dobbiamo raggiungere, entro il 2020, la media europea di spesa per il sistema universitario. Per avere il doppio dei laureati e molti più ricercatori, e stare così al passo con i paesi più avanzati. Se condividiamo questi obiettivi, se il governo almeno su questo tema cruciale per il futuro dell’Italia dimostra una minima sensibilità all’interesse generale, proponiamo di affrontare la questione in sede tecnica. Definiamo insieme, maggioranza e opposizioni, il quadro di risorse necessario per finanziare la ripresa dell’università italiana. Noi, in linea con il DDL presentato dal PD nel 2009, partiamo dalla richiesta di ripristino delle risorse del FFO, e di nuovi investimenti che ci portino a passare dallo 0,8% all’1,3% del PIL in istruzione universitaria. Per raggiungere, seppure nel 2020, quanto già attualmente investono in media i paesi europei che fanno parte dell’OCSE.